L’identità digitale è l’infrastruttura che rende possibili quasi tutti i servizi pubblici online. In Italia prende la forma di SPID e della Carta d’identità elettronica; in altri Paesi di app nazionali, certificati su smart card o sistemi bancari. Eurostat misura quante persone ne usano una per accedere a servizi online per motivi privati.
Nel 2025 lo ha fatto il 53,2% degli italiani tra 16 e 74 anni. La media UE è del 52,3%. L’Italia è 16ª su 27, in una classifica molto dispersa.
Una classifica molto dispersa
In testa ci sono Danimarca (98,7%), Finlandia (96,1%), Paesi Bassi (95,1%): Paesi dove l’identità digitale è da anni la chiave di accesso a servizi pubblici, banche e commercio. In fondo Romania (10,1%), Bulgaria (12,1%), Slovacchia (13,6%). La distanza tra i primi e gli ultimi supera gli 80 punti: più che il livello di digitalizzazione, conta il modo in cui ciascun Paese ha costruito il proprio sistema di identità.
Pubblico sì, privato meno
In Italia l’identità digitale si usa soprattutto con la pubblica amministrazione: il 43,2% l’ha usata per servizi pubblici nazionali, vicino alla media UE (46,4%). Per i servizi privati, come banche o assicurazioni, la quota scende al 16,2%, contro il 24,6% europeo.
Chi non la usa, e perché
Il dato più interessante riguarda i motivi del mancato uso. In Europa il primo motivo è non avere un’identità digitale (17,7% delle persone). In Italia vale solo per il 6,6%: la diffusione di SPID e CIE ha reso l’identità digitale quasi universale. Il motivo prevalente è un altro: non aver avuto bisogno di servizi che la richiedessero (21,3%, quasi il doppio della media UE).
In altre parole, il margine di crescita italiano non sta tanto nel distribuire credenziali, quanto nell’aumentare i servizi, pubblici e privati, che le usano e che le persone trovano utili.