Tra gli obiettivi europei per il Decennio digitale non c’è solo il numero di specialisti ICT, ma anche la convergenza tra donne e uomini nella professione. È uno degli ambiti in cui il divario di genere è più ampio e più persistente.
Nel 2025 in Italia le donne sono il 16,6% degli specialisti ICT. La media UE è del 19,5%. L’Italia è 23ª su 27, a pari merito con la Polonia.
Una geografia controintuitiva
La classifica sorprende. Le quote più alte non sono nei Paesi nordici o in quelli con il settore digitale più sviluppato, ma in Romania (27,8%), Lettonia (25,9%), Bulgaria (25,0%). In fondo ci sono Cechia (12,9%), Ungheria (15,0%), Slovacchia (15,5%).
Una spiegazione spesso proposta è storica: nei Paesi dell’Europa centro-orientale le professioni tecniche e scientifiche erano più aperte alle donne già prima del 1990, e questa tradizione ha lasciato una traccia. Nei Paesi dove la professione è cresciuta rapidamente di recente, invece, si è riprodotto lo squilibrio di genere dei percorsi di studio.
Dieci anni di progressi lenti
Nel 2015 le donne erano il 14,8% degli specialisti ICT in Italia e il 16,5% in Europa. Dieci anni dopo sono rispettivamente il 16,6% e il 19,5%. La crescita italiana è stata irregolare: un massimo del 17,1% nel 2024, poi un lieve calo.
Quantità e composizione
Mettendo insieme la quota di specialisti ICT sugli occupati e la quota di donne tra gli specialisti non emerge una relazione netta: ci sono Paesi con molti specialisti e poche donne, e viceversa. L’Italia è in una posizione sfavorevole su entrambe le dimensioni: pochi specialisti e, tra questi, poche donne.
Per le organizzazioni che assumono profili tecnici, compresa la pubblica amministrazione, il dato suggerisce che allargare il bacino passa anche dall’attrarre le donne verso queste professioni: orientamento, borse di studio, percorsi di riqualificazione, condizioni di lavoro che non penalizzino la conciliazione.