Sviluppatori, sistemisti, analisti di dati, esperti di sicurezza, tecnici di rete: sono gli specialisti ICT, le persone che progettano, costruiscono e gestiscono i sistemi digitali di imprese e amministrazioni. Il programma europeo per il Decennio digitale fissa un obiettivo di 20 milioni di specialisti occupati nell’Unione entro il 2030.
Nel 2025, secondo Eurostat, gli specialisti ICT in Italia sono circa 905 mila, il 3,8% degli occupati. Nella media UE sono il 5,0%, per un totale di circa 10,5 milioni. L’Italia è 25ª su 27: dietro ci sono solo Romania (2,7%) e Grecia (2,5%).
Una distanza che si allarga
Dieci anni fa la differenza con l’Europa era minima: nel 2015 gli specialisti ICT erano il 3,3% degli occupati in Italia e il 3,5% nell’Unione. Da allora la media europea è cresciuta ogni anno, fino al 5,0%. In Italia la crescita è stata più lenta, fino al 4,1% del 2023, e negli ultimi due anni la quota è scesa al 3,8%.
Il divario con la media UE è così passato da 0,2 a 1,2 punti. In termini assoluti, se l’Italia avesse la stessa quota della media europea, avrebbe circa 280 mila specialisti ICT in più.
Perché conta per la pubblica amministrazione
La scarsità di specialisti non è solo un problema delle imprese. Le amministrazioni pubbliche competono per le stesse professionalità con il settore privato. Quando le competenze interne mancano, cresce il ricorso a fornitori esterni per progettare e gestire i servizi digitali, e diventa più difficile governare contratti e scelte tecnologiche.
Il dato europeo non distingue tra settore pubblico e privato, ma il quadro generale è chiaro: il bacino da cui attingere è più piccolo che altrove, e non si sta allargando.